“La Questione Linguistica Europea, Salviamo il nostro progetto di Pace, la lingua unica sta disfacendo l’Europa”.

Crescono in molti Paesi dell’Unione Europea le frustrazioni rispetto alle istituzioni europee. Eppure sembra che manchi poco per riaccendere la fiamma europeista se guardiamo il sondaggio dell’ “Eurobarometro” fatto nell’Aprile 2018 che rivela che in media 3 cittadini europei su 5 pensano che l’adesione del loro Paese all’Unione è una buona cosa – ma con la riserva che appena uno su due crede che la gente possa fare sentire la sua voce. Il quadro diventa più preoccupante quando dietro la media si esaminano le differenze tra Paesi. L’adesione è fortissima in Germania, Irlanda o nei Paesi-Bassi dove sfiora l’80% ma neanche il 40% degli Italiani pensa che l’appartenenza all’Unione sia una buona cosa e il 70% della popolazione è senza illusioni per quanto riguarda la possibilità di essere ascoltati. Sarebbe un fatto democratico tutto relativo se si trattasse di una scelta politica ordinaria, ma la posta in gioco è in realtà enorme – anzi, storica.

L’Unione Europea non è una struttura qualsiasi. È il più audace e più grande progetto di Pace di tutta la storia. Per la prima volta, nazioni che si erano combattute per secoli – anzi, millenni – si sono unite non perché costrette da una potenza militare superiore, ma di propria volontà per creare uno spazio unico di pace, di cittadinanza, e di prosperità condivisa, imperniato sul diritto e la democrazia.

La costruzione è stato un processo lungo fatto da piccoli e grandi passi. All’inizio, nel 1952, sei Paesi (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi-Bassi) si unirono per creare la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) con lo scopo, secondo le parole dell’allora Ministro degli Affari Esteri francese, Robert Schumann, di rendere “la guerra non solo impensabile ma materialmente impossibile”. Per questo i cosiddetti “Padri fondatori” del progetto europeo si impiegarono ad intrecciare sempre di più, passo dopo passo, gli interessi materiali e le economie dei popoli d’Europa, allargando pure il cerchio fino a raggruppare 28 Paesi che rimarranno in 27 dopo l’uscita della Gran Bretagna nel 2019. La struttura istituzionale che definisce i rapporti tra di loro ha preso varie forme nel corso degli anni, fino ad arrivare, dopo il trattato di Maastricht, all’Unione Europea che vincola tra di loro Paesi che non solo hanno instaurato la libera circolazione delle persone e delle merci, ma delegano certe loro competenze a degli organi comunitari. L’Unione è dotata tra l’altro di un Parlamento, una Corte di Giustizia e una Commissione le cui direttive riguardano molti aspetti della vita quotidiana e hanno forza di legge in ciascuno dei Paesi membri.

Gli organi comunitari, e in particolare la Commissione, non si limitano ad emettere dei pareri e delle raccomandazioni. Sono luoghi dove si fissano delle norme, si elaborano dei regolamenti, delle direttive, e si prendono decisioni giuridicamente valide per il mezzo miliardo di abitanti dell’Unione. Questo semplice fatto dovrebbe da solo farci riflettere su come si svolge il processo di elaborazione di queste decisioni vincolanti. Come vengono prese in considerazione le particolarità di ciascuna cultura, di ciascun Paese, con le rispettive storie che hanno plasmato lungo i secoli modi di pensare, di essere e di fare – e anche prodotto, grazie al genio particolare di ogni comunità, svariate scoperte, invenzioni e idee? Si fa veramente attenzione alle necessità di ciascuno ? E si fa davvero tesoro per il bene comune della creatività specifica dei singoli popoli?

Con le sue testimonianze e riflessioni da dietro le quinte, Anna-Maria Campogrande che da funzionaria della Commissione Europea ha dedicato con grandissimo impegno e rigore una vita intera a servire l’Europa, fa un’opera salutare in quanto mette alla luce del giorno fuorvianze che a taluni possono, a prima vista, sembrare secondarie ma che in realtà sono di fondamentale importanza. Ci sono 24 lingue ufficiali in seno all’Unione Europea. Sono altrettanti modi di pensare, e per bene che uno possa imparare le altre lingue, per la stragrande maggioranza dei cittadini dell’Unione, la lingua madre è l’unico veicolo con il quale riescono ad esprimere con precisione le sfumature delle proprie conoscenze e del proprio pensiero. Come si fa a legiferare su materie tecniche, prendendo in considerazione tutti i dettagli (nei quali si insinua sempre il diavolo) e rendendo giustizia a tutti, se gli esperti e i funzionari che legiferano devono comunicare tra di loro in una sola lingua franca – qualunque essa sia – con tutto quello che comporta di approssimazioni, goffaggini e di inevitabili equivoci? Quante volte in una coppia di persone che si conoscono fin troppo bene e parlano la medesima lingua, ci si stupisce di avere capito male l’altro o di essere stato frainteso – talvolta con tanto di liti – su argomenti pure poco complessi? Perciò nei primi tempi dell’Unione nascente, il metodo comunitario di elaborazione delle Direttive si svolgeva sempre permettendo ai protagonisti, fossero essi funzionari o esperti della materia considerata consultati per le loro competenze tecniche, di esprimersi nella propria lingua, con traduzione simultanea fatta da traduttori di altissimo livello. Lo scivolamento verso un numero ridotto di lingue, poi una lingua unica, non solo comporta rischi enormi, ma finisce anche per essere un processo escludente giacchè non tutti i migliori esperti dominano a sufficienza una lingua a loro imposta – ammettendo che la conoscano…

La questione linguistica va ben oltre la produzione di regolamenti vincolanti. Ignorarla o sottovalutarla è un errore monumentale.

Le ferite della Storia mettono molto tempo a guarire. E ci vogliono almeno tre generazioni per fare nascere saldamente una nuova cultura. Il senso di appartenenza e la solidarietà indistruttibile non si decretano. Si coltivano. Si nutrono. Si cullano. Si rafforzano poco a poco con tanto di investimenti, segnali chiari, pazienza, coinvolgimento e rispetto delle identità. Costruire l’Europa è più che un sogno. E’ un’imperativo del nostro tempo. Non solo per fermare l’anacronismo delle guerre, ma per dare agli abitanti del continente una maggiore sovranità, la possibilità di avere una presa su tante cose che condizionano la propria vita – che si tratti della scarsità di risorse naturali vitali per tutti, dell’esaurimento delle fonti di energia fossile, degli scombussolamenti crescenti dovuti all’accelerazione dei cambiamenti climatici provocati dalle attività umane, delle migrazioni forzate o ancora della qualità dell’aria e degli oceani, e via dicendo… In un mondo di più di 7,5 miliardi di persone che a metà secolo si avvicinerà ai 10 miliardi, nessuno può affrontare efficacemente a partire dal suo piccolo giardino i grandi pericoli che incombono. E’ il fare squadra in tanti che permette di incidere sulle cose e non essere travolti e impotenti. L’Unione Europea ridà ai cittadini dei Paesi membri una sovranità in materie essenziali che la chiusura nel semplice spazio nazionale oggi vieta. L’Unione Europea è la terza popolazione mondiale dopo la Cina e l’India, davanti agli Stati Uniti d’America. Ma fin tanto che affrontiamo in ordine sparso le sfide del nostro tempo, non avremo la capacità di incidere che ci può dare un’Europa concepita bene e fatta vivere come si deve.

Anna-Maria Campogrande ci spiega nei dettagli come la miopia politica ha gradualmente sopraffatto e soffocato la lungimiranza che ha presieduto ai primi tempi della costruzione europea. Come la leggerezza politica, la mentalità manageriale, la sciatteria, la cecità e la sottomissione di persone incaricate di alte responsabilità hanno rosicchiato e minato i pilastri portanti dell’edificio Europa fino a snaturarlo. Non capire né l’assoluta necessità di investire nel multilinguismo integrale in seno alle istituzione europee chiamate a legiferare, né l’imperativo di consentire a tutti gli individui e attori economici e sociali dell’Unione in fieri di interagire con essa in tutti gli atti nella propria lingua, è come sabotare la propria nave che non potrà mai arrivare a buon porto. Cosi l’Unione Europea non si fa. Sono in tanti che portano un nome prestigioso, in particolare in Italia, ad avere volenti o nolenti sabotato la nave. È tempo di cambiare strategia e condottieri per salvare il più grande progetto di Pace mai messo in atto nel mondo.

Come si è potuto obbligare vari Paesi a negoziare la loro adesione in una lingua che non era la loro, e, per di più, neanche quella, tra le lingue ufficiali dell’Unione, per la quale loro avrebbero optato? Come si può obbligare delle aziende a rispondere a un bando di concorso in una lingua che non è la loro lingua materna senza che gli imprenditori non si sentano e non siano in effetti svantaggiati rispetto ad altri, e dunque non abbiano l’impressione di essere presi in giro da istituzioni “fuori suolo”? Come si possono organizzare tanti eventi “europei” nei quali non c’è traduzione nelle varie lingue dei Paesi membri e tutti devono parlare in inglese? Come si fa a trattare la questione linguistica in modo manageriale come un’opzione meramente materiale che si può tagliare per risparmiare? Togliere i crediti per il multilinguismo integrale è come togliere a uno stato maggiore dell’esercito le armi con le quali deve condurre una guerra. Qui si tratta di saldare la pace. Il multilinguismo è un investimento, non un costo. Qualunque sia il suo prezzo, non può essere troppo caro. Deve essere considerato una spesa sacrosanta, che si mantiene per tutto il tempo necessario a costruire un rapporto stretto tra la gente e le proprie istituzioni e il sentimento di essere famiglia nel rispetto delle diverse identità. Non si esita a spendere somme folli per gli eserciti e gli armamenti, e si vorrebbe risparmiare sulle fondamenta della pace? Non ha senso.

L’Europa di pace non può essere concepita dall’alto da un microcosmo che pensa per tutti, o peggio ancora, che opera da dietro le quinte e si permette pure di negoziare di nascosto, nel disprezzo totale della democrazia, accordi commerciali con altri continenti che portano in se i germi della distruzione del modello sociale europeo. L’Europa della pace non si può riassumere nell’erigere una arena dove si mettono tutti – individui, aziende, finanzieri, associazioni, Paesi – in competizione in un grande mercato dove fioriscono le disuguaglianze. L’Europa, per esistere, deve essere inanzitutto uno spazzio di solidarietà, dove non si lascia nessuno indietro, e nel quale si prende cura gli uni degli altri. Deve essere costruita con e dalla gente – il che richiede da parte delle nostre istituzioni una attenzione permanente al multilinguismo.

Con il modo originale con il quale ha costruito questo libro, fornendo a tutti copia integrale di documenti significativi pubblicati o scambiati con le massime autorità nel corso di più di due decenni, Anna-Maria Campogrande non solo ci offre una originale cronistoria delle battaglie coraggiosamente intraprese dall’interno delle istituzioni europee per ri-indirizzare il progetto Europa, ma ci chiama all’azione. Di fronte allo stallo istituzionale sulla questione linguistica, ormai spetta a noi, cittadini, impegnarci per portare a compimento il cammino aperto e salvare il nostro storico progetto di pace.

Jean FABRE
Settembre 2018